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Storia del gin parte 2

La rinascita del fenomeno gin in Italia ha radici ben più profonde di quanto non si creda. La nostra creatività ha semplicemente trovato appoggio in un territorio che offre infinite possibilità grazie ai numerosi microclimi.

di Fulvio Piccinino

Di fatto, noi italiani, abbiamo semplicemente interpretato la gamma di piante aromatiche e frutta che fa del nostro paese quello con il più alto indice di biodiversità, mentre la fantasia ha fatto il resto.

Una varietà infinita di aromatizzazioni, spesso tutelate da IG, a chilometro zero, che declina praticamente all’infinito la possibilità di ricerca della ‘firma’ perfetta. Questo grazie ad una situazione morfologica e di posizionamento unica: siamo infatti circondati dal mare e protetti da una delle catene montuose più alte ed imponenti al mondo.

Il nostro paese ha da sempre il primato nella produzione del ginepro, la principale materia prima del gin, e su questo si sono spesi botanici ed erboristi nel corso dei secoli, da Pietro Andrea Mattioli a Castore Durante.

Il fatto di essere stati solamente sfiorati dalla Piccola Glaciazione del 1600, che sterminò per fare un esempio, la viticoltura in Francia e Germania, relegandola lungo i fiumi o a ridosso dei monti, ci ha permesso di avere una varietà superiore di piante aromatiche superiore a qualunque altro paese europeo. Le Alpi ci protessero dai venti gelidi provenienti da nord, mentre il fatto di essere circondati da mare ci rese le temperature più miti. Proprio l’azione del mare e della nostra spina dorsale, gli Appennini, hanno reso possibile la magia del ginepro che ha nel centro Italia, e nella Toscana soprattutto, la sua area più vocata. Gli sbalzi termici e le brezze di mare catturate dalle rocce creano i presupposti per un prodotto unico al mondo che viene acquistato dai maggiori produttori internazionali e che contribuisce alla magia del gin italiano.

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